Cultura e tradizione
Usi e costumi legati al Casel
Il latte portato al caseificio da ogni singolo socio, sia il mattino che la sera veniva scrupolosamente pesato dal caser, che ne scriveva il peso su una lavagna per poi trascriverlo diligentemente ed esattamente su un quaderno.
Il caseificio, come tutti i caseifici dell’epoca, era detto turnario: li casaradi venivano effettuate tutti i giorni. In base alla quantità di latte che veniva lavorato (circa 5 quintali al giorno) e con un conteggio particolare, il casaro stabiliva il titolare della casarada. Al contadino produttore di una piccola quantità di latte, inferiore di quella stabilita per la casarada, veniva prestato il latte mancante che, restituiva poi, con le pesate dei giorni a seguire.
La sera precedente del giorno fissato dal caser per tale importante evento, il contadino doveva procurare una quantità di legna sufficiente per tutte le necessità della casarada e portarla al caseificio a disposizione del caser.
Ai poveri del paese, l’Eca (Ente Comunale Assistenza) regalava un quarto di latte a persona.
La Canalina, la più vecchia fontana di Rendena
La Canalina, la più vecchia fontana di Rendena
STORIA D’UNA FONTANA
La Canalina venuta alla luce casualmente a Caderzone durante alcuni lavori di scavo, è senza dubbio la fontana più vetusta e più singolare (oltre che preziosa) dell’intera Rendena.
Alimentata in origine da una polla sgorgante al Pra da la Val essa attraverso un ingegnoso sistema di piccole paratie e di calibrati condotti erogava, decantata e potabile la sua buonissima acqua (come la chiamava lo storico Foligni) alle quattro fontane che l’abitato aveva.
Don Paolo Maestranzi
La signora Farida Monduzzi e Giacomo Botteri Gianda, poeta e narratore che spesso invia preziosi ed apprezzati contributi, basandosi su alcuni documenti dell’archivio parrocchiale ci propongono un interessante confronto tra la Strembo di oggi e quella degli anni Trenta, ai tempi di don Paolo Maestranzi. Che fanno scendere dal Paradiso per un sopralluogo e col quale scambiano alcune riflessioni nel commentare un suo questionario sulle condizioni religiose, morali, economiche e sociali del paese, compilato nel 1926 per render conto del suo operato al vescovo di allora.
“Non tornare don Paolo. Credi a me, rinuncia!”
Seduto sulla nona nuvola, quella della felicità, proprio sotto ai Cherubini e ai Serafini, don Paolo però non era del tutto convinto del consiglio del suo angelo custode.
Certo, la sua felicità, in cielo, era perfetta, ma ogni tanto, guardando dall’alto la verde valle del suo paese, una punta di malinconia lo pungeva dolcemente facendogli desiderare una breve visita per vedere da vicino cos’era diventata la sua Strembo.
Ghera ‘na bota al Casel (C’era una volta il caseificio)
Sicuramente quella del contadino allevatore è una delle professioni più antiche. Dalla sua comparsa sulla terra, l’uomo ha sempre tratto sostentamento e guadagno per sé e per la sua famiglia dalla lavorazione della terra e dall’allevamento del bestiame. Anche gran parte della popolazione del nostro paese, fin dall’antichità e fino ad un certo periodo non ha potuto sottrarsi a questo “obbligo” imposto dalla mancanza di altre fonti di nutrimento. Le persone più anziane del paese ricordano che tra il 1900 e il 1950 almeno il 40-50% delle famiglie possedevano, in diversa misura, dei bovini. La percentuale aumenta di molto se a queste si aggiungono, sempre per avere un certo aiuto nelle spese per il mantenimento, i possessori di capre e pecore (si contavano allora circa 150 capre e un centinaio di pecore).
Almeno, riferendomi al latte di mucca, è facilmente comprensibile come ci fosse la necessità di avere un luogo adatto per la raccolta, la lavorazione e la trasformazione del prezioso bianchin (latte) in smauz (burro) e spressa (tipico formaggio locale abbastanza magro).
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“Val Genova: valle incantata. Storie e leggende”
Il bel volume apparso nelle edicole quest’autunno in una splendida veste rappresenta il giusto e dovuto coronamento ad un’impresa editoriale, vero e proprio monumento al gruppo dell’Adamello e alle valli che ne discendono, avviata mezzo secolo fa dalla penna paziente e certosina di Vittorio Martinelli e dall’obiettivo magico di Danilo Povinelli, per recuperare le vicende umane, storiche, alpinistiche, fantastiche di quel massiccio leggendario e conservarle alle generazioni future. Oltre a ciò vuol essere un omaggio all’autore del testo, che non ha avuto la fortuna di ultimare e di vedere in stampa la sua ultima fatica, un impegno morale ed insieme di riconoscenza cui il fotografo di Pinzolo non ha voluto sottrarsi.
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